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“Non sprechiamo il nostro tempo nel permettere alla mentalità corrente di sottrarci alla nostra vita e al nostro progetto.”

20 LUGLIO 2009
PRIMA NAZIONALE A MITTELFEST


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NON CHIAMARMI ZINGARO
lo spettacolo

di e con
PINO PETRUZZELLI

“Ma chi sono gli zingari? O meglio chi sono i rom? E i sinti? Che cosa pensano e in che cosa differiscono dai non rom?
Li trovi quasi sempre accampati ai margini dei nostri abitati, dove finiscono le nostre città o dove iniziano. E’ diverso posizionarsi dove inizia o dove finisce un’altra cultura.
E questo loro nomadismo fin troppo odiato o amato dai non zingari, è un fattore culturale, genetico o è una necessità? Nessun antropologo al mondo potrà mai far luce su questo loro eterno viaggiare. Certo è che la loro è una storia di continue persecuzioni.”

Lo spettacolo è un canto d’amore per un popolo che non avendo mai avuto confini da difendere, nella sua lunga storia, non ha mai dichiarato guerra a nessuno.
Se un bambino piange si va a vedere perché piange e Petruzzelli si è calato, fisicamente, per cinque anni nei campi nomadi e nei ghetti di mezza Europa per poi raccontarci, con sguardo lucido e appassionato, la vita dei tanti volti puliti di una cultura che del nomadismo ha fatto l’unica possibilità di sopravvivenza.
Pino Petruzzelli c’invita a salire sul carrozzone degli ultimi, gli zingari, per rifuggire stereotipi e luoghi comuni e per ascoltare la loro verità.

Viaggeremo così per le strade di Saintes Maries de la Mer, dove i rom si danno appuntamento ogni anno per ritrovarsi come popolo; incontreremo Marcela, la prima maestra rom d’Albania; Shakir, l’editore rom di Sofia per cui l’anima e il cervello non hanno etnia e ascolteremo le confessioni dolorose di Mariella Meher, la scrittrice jenisch che da bambina, nella civilissima Svizzera, fu rubata alla sua famiglia per legge e di Carlo, il neurologo rom che ha deciso di nascondere le proprie origini anche alla figlia e alla moglie. Ma il lavoro di Petruzzelli è anche un duro e impietoso atto d’accusa sul male che l’uomo compie sull’uomo e, in questo voyage au bout de la nuit, lo spettatore sarà catapultato tra le fiamme del rogo di Livorno in cui quattro bambini rom persero la vita e tra le urla del presidio razzista di Opera, il paese alle porte di Milano dove, per raggiungere la scuola, i bambini rom dovevano essere scortati dalla polizia.

Lo spettacolo, lontano da facili romanticismi o morbosi compiacimenti, è un viaggio iniziatico attraverso un mondo, quello rom, che varrebbe davvero la pena conoscere, come ci consigliano due grandi Premi Nobel quali Gabriel Garcia Marquez e Gunter Grass.

Non chiamarmi zingaro è dedicato a tutti coloro che non riescono proprio ad accontentarsi di mezze verità o di verità di comodo.

Lo spettacolo porta sulla scena il libro NON CHIAMARMI ZINGARO di Pino Petruzzelli edito da Chiarelettere.


Editoriale di Pino Petruzzelli su “D” di Repubblica

 “Da sempre i rom e i sinti sono stati quello che noi avevamo bisogno di vedere in loro. Ora l'incubo, ora il sogno, mai degli esseri umani con le nostre stesse, mille, sfaccettature. Nell'immaginario collettivo o suonano il violino o sono delinquenti. In tutti e due i casi, nel bene o nel male, falsità.
Proiezioni distorte di nostri bisogni che sfociano nel razzismo.
Si obbietterà: se lo meritano, gli zingari rubano.
E' vero, alcuni rom e sinti rubano, come alcuni siciliani sono mafiosi, come alcuni veneti tirano pietre dai cavalcavia, come alcuni professionisti frodano il fisco, ma il fatto che "alcuni" vadano fuori dalle regole non ne sancisce una generale e aprioristica negazione dei diritti.
Molti italiani di etnia rom e sinta, perché la maggior parte di quelli che vivono nel nostro territorio sono italiani a tutti gli effetti, vivono mescolati con noi senza che nessuno se ne accorga. In Italia ci sono pittori, professori universitari, neurologi, campioni sportivi, impiegati rom e sinti, per non parlare di quello che accade nel resto d'Europa. In Bulgaria il maggior cardiochirurgo del paese è rom.
Quanti di quelli che amano la musica sanno che il primo grande jazzista europeo Django Reinhardt era zingaro?
Quanti di quelli che amano il cinema sanno che Yul Brynner era zingaro? Così come Michael Caine e Bob Hoskins. Persino Charlie Chaplin e Rita Hayworth avevano una parte di sangue zingaro nelle  vene.
Quanti tifosi che la domenica affollano gli stadi sanno che diversi loro beniamini, anche in odore di Pallone d’Oro, sono zingari?
Per noi i rom e i sinti sono solo quelli che chiedono l'elemosina o che rubano i bambini.
Peccato pochi sappiano che gli zingari non rubano i bambini, lo ha dimostrato una ricerca dell’Università di Verona, che, scartabellando tra i documenti di tutte le Procure italiane, non ha trovato neanche un solo caso di rom condannato per questo crimine. Al contrario, e peccato che pochi lo sappiano, la civilissima Svizzera, per legge e fino al 1976, “rubò” i figli appena nati agli zingari svizzeri tentando così di “sradicare il male del nomadismo.”
Già, peccato che pochi sappiano.
Ci battiamo per l’abolizione degli zoo, ma mettiamo in piedi campi zingari nei posti peggiori dove ghettizziamo e umiliamo degli esseri umani. Si impedisce a rom e sinti di viaggiare e nello stesso tempo di fermarsi. Eppure ci aspettiamo gratitudine. Vorremmo andare in mezzo a loro e vederli piegati in quattro per ringraziarci.
Osservando i luoghi che destiniamo loro nelle città, possiamo vedere rappresentato, senza veli o mistificazioni, l'interesse che questo secolo nutre verso quei dimenticati della Terra che prendono ad esistere ai nostri occhi solo in campagna elettorale. Gli "ultimi" sono un ottimo argomento di discussione, un nuovo campo di battaglia. Alla fine delle ostilità, poi, i vincitori andranno a fare festa, i vinti si leccheranno le ferite e il campo di battaglia devastato sarà ripianato e pressato a dovere con un bel rullo per essere pronto, quando sarà il momento, per nuove battaglie.
Noi crediamo di conoscerli, ma in realtà non sappiamo niente di ciò che sono costretti a subire: dagli sgomberi ai rifiuti per le donne a partorire negli ospedali. Questa è la loro quotidianità.”

 


RASSEGNA STAMPA

“Viene da consigliare al Ministro Maroni, e a tutti noi, la lettura di un libro appena pubblicato: Non chiamarmi zingaro. L’ha scritto un personaggio in un certo modo d’altri tempi, attore, regista, uno che passa la vita a girare per conoscere, capire e raccontare. …Alla scoperta di ciò che Pablo Neruda chiamava la pena nera – malinconia, spensieratezza, tristezza, serenità, amore, vita. Cento volte è stato nelle loro baracche, nei ghetti di cemento e in quelli di lamiera. Ha raccolto testimonianze, ha studiato. Poi lo spettacolo L’olocausto dimenticato. Poi ancora queste 230 pagine di racconti, confessioni, storie. Voce narrante coloro di cui tutti abbiamo paura ma che nessuno di noi conosce.”
Stefano Jesurum  (Corriere della Sera Magazine)

“Da sempre i rom e i sinti sono stati quello che noi avevamo bisogno di vedere in loro. Ora l’incubo ora il sogno, mai degli esseri umani con le nostre stesse, mille sfaccettature.”
editoriale di Pino Petruzzelli  (“D” La Repubblica)

“Ci sono un paio di libri che, a mio giudizio, vale la pena di infilare nella valigia prima di caricarla in macchina. Ecco il consiglio, d’acquisto prima e di lettura poi. NON CHIAMARMI ZINGARO il titolo, l’autore Pino Petruzzelli. E’ un libro agile, senza peli sulla lingua e che al sottoscritto ha tolto non solo le classiche fette di salame dagli occhi ma salami interi. Si impara, leggendo, qualcosa di più, e di profondo, sul mondo, sulla cultura, sul sentire la proprietà e i confini dei cosiddetti zingari.”
Andrea Vitali  (Il Giorno)

“E un libro bellissimo. Un libro che, una volta finito, si legge e si rilegge. Un testo di respiro civile, di grande poesia, che se vivessimo in tempi meno foschi dovrebbe essere reso libro di testo nelle scuole, dovrebbe essere diffuso fra i ragazzi, fra la gente, e spero che lo sia comunque, che venga letto. E’ un libro-miracolo. Uno dei quattro o cinque libri usciti quest’anno che dovreste davvero leggere.”
Francesca Mazzucato  (L’Espresso blog / Books and other sorrows)

Si tratta di una lettura affascinante, spaventosa e istruttiva.
Petruzzelli identifica il terreno fertile del razzismo soprattutto nella paura e nell’insicurezza delle persone nei periodi di difficoltà economica. Siccome i grandi movimenti popolari hanno finito l’ossigeno, adesso ci troviamo di fronte agli effetti della crisi come individui singoli, non come parti di una collettività in cui si affrontano insieme i problemi con strumenti politici. In una situazione tale, com’è quella dell’Italia attuale, è facile convertire ”lo zingaro”, ”lo straniero” o ”il musulmano” in un capro espiatorio.
 Margareta Zetterström (Svenska Dagbladet)

Quest’estate i campi nomadi sono stati oggetto di un’operazione di censimento da parte del Viminale.
Censimento? Chiamiamo le cose con il loro nome: è una vera schedatura su base etnica. Una cosa è la legittima necessità di voler dare a tutti un documento. Bambini compresi. Un’altra è umiliare chi, come il mio amico rom milanese, medaglia d’oro al Valore civico, è di cittadinanza italiana e dunque non ha alcun bisogno di essere censito.”
Vladimiro Polchi intervista Pino Petruzzelli  (La Repubblica)

“Di questi drammi ma pure della inesauribile vitalità di un popolo perseguitato da secoli, sconosciuto da sempre, parla con sensibilità e passione Pino Petruzzelli. Lo fa dando la parola a loro, i rom e disegnando una serie di ritratti che restituiscono un volto a questi esseri umani scansati, temuti, mitizzati e sconosciuti, e raccontando una realtà in movimento, irriducibile ai nostri schemi alternativamente razzisti o buonisti.”
Marco Innocente Furina  (L’Unità)

"Il libro di Petruzzelli è bellissimo, non ci sono mezze parole per definirlo. E in questi sciagurati tempi di impronte digitali e classi differenziate, purtroppo, costituisce un caso unico di testimonianza a favore del rispetto della diversità e dei diritti delle persone."
Carlo Dojmi di Delupis  (Mangialibri)

“Trovo assurdo voler presentare l’Italia come una realtà insicura che vive sotto coprifuoco. Milioni di italiani escono di casa tutti i giorni e non gli succede nulla. Farebbero bene a spegnere la televisione e a uscire di più la sera per incontrare e parlare con le altre persone. Scoprirebbero che i problemi che sono soliti addossare agli altri in realtà appartengono solo a loro. Non è colpa di Rom e Sinti se l’Italia si sente insicura.”
Simone Carletti intervista Pino Petruzzelli (Liberazione)

“Ecco dunque che, al posto dei protagonisti di violenze e di efferatezze varie a cui ci ha abituato la cronaca nera, abbiamo finalmente l’occasione di imbatterci in alcune figure di segno opposto, che Petruzzelli scova con naturalezza nella sua coraggiosa esplorazione. Tutte sempre immediate, dirette, senza imbellettamenti letterari.
Il libro di Pino Petruzzelli non può che essere considerato perciò, e a ragione, un vero e proprio viaggio alla ricerca dell’altro,
Alessandra Spila  (Reset - dialogues on civilizations)

“I personaggi raccontati da Pino Petruzzelli hanno tanto da dire e da insegnare a tutti.
E’ un libro che, secondo noi, rischia di destabilizzare, in senso positivo, il punto di vista degli italiani.
Emilia Patruno  (Famiglia Cristiana)

“Nel libro Petruzzelli compie un ampio e partecipe reportage nel mondo tanto attuale dei rom, dal genocidio degli zingari nei lager nazisti all’attuale raduno-festa in Camargue, ma soprattutto cercando le persone e le loro storie. L’unico cappuccino rom d’Italia si racconta: dalla poverissima infanzia, quando aveva anche imparato a rubare per sopravvivere all’incontro con la Bibbia a 15 anni; dalla vocazione contrastata in famiglia all’apostolato silenzioso.”
(Il quotidiano Avvenire pubblica un intero capitolo del libro)

“Nel libro Pino Petruzzelli racconta storie di vita quotidiana: l’amore, la famiglia, il contesto sociale, la città così distante, la gente. Le baracche, le roulotte, le case.
Un mondo che piace solo se raccontato dagli artisti, Petruzzelli come Bregovic: ma qualche volta vale la pena ascoltarli.”
Stefano Bigazzi  (La Repubblica ed. Genova)

… un libro originale a metà strada tra cronaca e racconto. Fin dal titolo, l’annuncio di una storia tragicamente alla rovescia. Perché questo titolo?
Perché molti degli zingari che vivono in Italia sono costretti a celare le proprie origini. In realtà ci sono molti più rom e sinti mescolati nella nostra società di quanti pensiamo.”
Simona Maggiorelli intervista Pino Petruzzelli  (Left)

“Un libro che sarebbe piaciuto scrivere anche a me:
“Non chiamarmi zingaro” di Pino Petruzzelli
La loro cultura si trasmette oralmente, loro non amano che la vita sia racchiusa in libri, documentari o cornici, cio' che amano e' la liberta'. Ma per una volta rom, sinti, jenisch, manouche e gitani raccontano a Pino Petruzzelli, e lui scrive...
… Oggi con rammarico penso, pero', che invece di "idealizzarli" in silenzio, avrei dovuto, come Pino Petruzzelli, tendere loro la mano, andare loro incontro, bere, mangiare, piangere e ridere insieme a loro, comprare loro una piccola stufetta elettrica, e soprattutto ascoltarli per capirli, per imparare a conoscerli e ad accettarli per come sono, senza più chiamarli zingari...”
Elisabetta Caravati  (PeaceLink)

“Un libro che dovrebbero leggere tutti, ma veramente tutti. Un libro amaro e commovente, che fa sorridere leggendolo e che indigna, proseguendo, per poi tornare a far emergere l’incanto possibile e tutte le cose che vanno insieme all’incanto quando si decide di ascoltare davvero e di provare a capire.”
(Declinatoalfemminile-menstyle.it)

Petruzzelli, perché questo libro?
Mi sembrava assurdo, sentendo quello che si dice in giro, che un popolo potesse essere ridotto a un fatto di cronaca ed ho voluto raccontare una cultura, immergendomi in essa, per cinque anni. Una cultura tra le più misconosciute del mondo.” 
Alberto Piccioni intervista Pino Petruzzelli  (L’Adige)

“Un libro che ha un intento insolito: dimostrare che quello che pensavamo di sapere non è vero”
Sara De Carli  (Vita)

“Non chiamarmi zingaro è un titolo azzeccatissimo. Perché riesce a insinuarsi nei luoghi comuni e a farli saltare, a cominciare da un nome diventato stupidamente sinonimo di ogni malefatta. Pino Petruzzelli ha rimpiazzato quel nome angusto con una sinfonia di voci.”
Chiara Lalli  (DNews Ed. Milano)

“Pino Petruzzelli ha passato gli ultimi cinque anni nei campi dei nomadi, in Italia e in Europa. Nel suo libro racconta che cosa ha visto. E soprattutto che cosa non sappiamo di loro.
Camilla Strada  (Vanity Fair)

“Un libro vivo e interessante, che a tratti si legge come una raccolta di racconti. I miei studenti ne sentiranno ancora parlare.”
 (www.baab.it)

“Un libro fondamentale. Non chiamarmi zingaro di Pino Petruzzelli è un'esplorazione all'interno della cultura Rom, un viaggio in mezzo a diversi personaggi che l'autore ha definito meravigliosi e persone eccezionali.”
 (Radio Città Fujiko Bologna)